L'INSOPPORTABILE CATEGORIA DEi NO-TAV
Nel 1964 veniva inaugurata l’Autostrada del Sole: circa 760 chilometri tra Milano e Napoli, sei regioni, diciotto province, centinaia di ponti, viadotti, cavalcavia e gallerie. Non una semplice strada, ma la spina dorsale dell’Italia moderna.
Il numero esatto dei comuni attraversati dal tracciato originario non emerge con chiarezza dalle fonti storiche più accessibili. Di certo furono decine e decine quelli direttamente coinvolti e moltissimi territori trasformati da caselli, raccordi, logistica e nuovi insediamenti produttivi.
Ora immaginiamo che nel 1964 gli italiani fossero stati tutti come i No TAV di oggi.
No alla galleria perché buca la montagna. No al viadotto perché rovina il panorama. No al casello perché porta traffico. No al cantiere perché fa rumore. No al pilone perché distrugge la tana del toporagno omosessuale e il nido del cuculo queer. Ricorsi, barricate, assemblee permanenti, professionisti della protesta, black block , antagonisti delle mie palle e politici pronti a cavalcare qualunque paura.
Risultato: Milano e Napoli sarebbero rimaste collegate da strade lente, camion incolonnati e trasporti più costosi. Merci, persone, medicinali, prodotti agricoli e componenti industriali avrebbero circolato peggio a costi enormemente maggiori che si sarebbero ripercossi sulle nostre tasche. L’Italia sarebbe stata più povera, più divisa e più arretrata.
Il No TAV non è soltanto una posizione su una ferrovia. È una tipologia umana e politica: quella di chi usa tutto ciò che è stato costruito dagli altri, ma pretende che nulla venga costruito vicino a casa propria.
Sono quelli sempre attaccati al cellulare e che usano lo stesso per denunciare che davanti a casa loro hanno piazzato un'antenna potenzialmente dannosa per la salute, perché a casa degli altri l'antenna per pubblicare quante volte caghi su Instagram ovviamente va benissimo.
Gli abitanti della Val di Susa hanno beneficiato per decenni di autostrade, ferrovie, gasdotti, elettrodotti, porti e infrastrutture collocate altrove. Hanno comprato merci trasportate sulle strade degli altri, utilizzato energia prodotta nei territori degli altri, usufruito di servizi resi possibili dai sacrifici degli altri.
Poi, quando arriva il momento di contribuire a un’opera di interesse nazionale e europea improvvisamente il loro territorio diventa sacro, intoccabile, superiore a quello di tutti gli altri. Ma andate a cagare?
Come si dice a Birmingham "deu ita seu burdu?"
È questo che rende la tipologia del No TAV così insopportabile: la sua enorme ipocrisia.
Non vuole tornare alla candela, alla mula o alla strada sterrata. Vuole treni, ospedali riforniti, consegne rapide, riscaldamento, internet e prodotti a basso costo. Li vuole tutti, ma pretende che i cantieri, i disagi e gli impianti finiscano sempre nel comune di qualcun altro.
Il No TAV medio non è un rivoluzionario. È un pagliaccio, un consumatore viziato travestito da resistente. Un privilegiato che utilizza il progresso e contemporaneamente sputa contro le infrastrutture che lo rendono possibile.
La stessa commedia si è vista con il TAP. Il gasdotto fu contestato dai comitati e il prezzemolino Movimento 5 Stelle che quando c'è da dire no è sempre in prima fila, con la solita miscela di allarmismo, immancabili infiltrazioni mafiose, propaganda e ignoranza tecnica, salvo poi arrivare al governo e rimangiarsi tutto come se niente fosse. In seguito quando la crisi energetica ha imposto di ridurre la dipendenza dal gas russo, quel tubo tanto demonizzato si è rivelato uno strumento prezioso per la sicurezza nazionale.
Naturalmente nessuno dei contestatori ha rifiutato il gas. Nessuno ha spento la caldaia per coerenza. Nessuno ha chiesto alle imprese di chiudere. Il gas serviva, ma il gasdotto avrebbe dovuto attraversare, come per magia, la spiaggia di qualcun altro.
Il copione è sempre identico: favorevoli ai treni, ma contrari ai binari; favorevoli alle rinnovabili, ma contrari alle pale eoliche; favorevoli alla raccolta dei rifiuti, ma contrari agli impianti; favorevoli all’energia, ma contrari agli elettrodotti.
Sono quelli del “sì, però non qui”. E se tutti ragionano così il Paese non costruisce più nulla.
Ogni infrastruttura comporta disagi, sacrifici ed eventualmente danni anche da compensare, in parte. Le opere inutili vanno segnalate , quelle progettate male vanno corrette e chi ruba deve pagare. Ma una nazione non può essere tenuta in ostaggio da minoranze di idioti rumorosi convintu che il proprio tornaconto locale valga più dell’interesse generale.
Il No TAV professionista è il prodotto peggiore di un’Italia che pretende benefici senza costi, diritti senza doveri e modernità senza cantieri.
Non è difesa del territorio. Non è ambientalismo. Non è coraggio civile.
È egoismo territoriale, infantilismo politico e pura coglionaggine.


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